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roberto tonelli >> Hanno Scritto >> Stefano Raffo |
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Stefano Raffo Che
conta è il torchio |
L'atmosfera, in fin dei conti, è quella che ci si aspetta: uno studio laboratorio antico, di quelli che ti immagini con la stufa, anche se la stufa non c'è. I mobili scuri, la scrivania ingombra, le collezioni casuali ("Li portano gli amici, uno ogni tanto") di coltellini e di accendini. Tutto nel bel palazzo di via Garibaldi, primo piano, luce elettrica accesa nel mattino grigio d'autunno. Le buone cose come i vecchi temperini, comunque, sono minuzie: che conta è il torchio, che troneggia al suo posto; importanti sono i teli di tarlatana, la garza amidata che succhia il colore in eccesso; fondamentale è la carta, di cotone, fatta a mano; indispensabili sono le lastre di zinco; la vernice resistente agli acidi e ai sali; il bulino; l'acido nitrico che scava e quindi perpetua il lavoro della punta metallica. La bottega dell'incisore è questa e l'incisore è Roberto Tonelli. Ora, io mi rendo conto che calcando la mano su questi aspetti si solletica la stucchevolezza: ma sullo sfondo, dallo stereo sistemato per terra, sale la voce arcana di Giuseppe Ballerini, 87 anni, istrionico deus ex machina dell'Eco dei Sansoni. Perché allora non dirlo? "Rappresenta uno degli incontri più belli della mia vita", precisa Tonelli, spiegandomi "il genio naturale del Pino". Ma andiamo avanti, con Tonelli che parla, che deve parlare, di sé medesimo: "Sono nato a Bologna nel '42, sono cresciuto negli anni della ricostruzione, ho respirato l'aria che si respirava a Bologna in quel preciso momento storico. Tutte cose che mi hanno fregato". Fregato? "Sì, in un certo senso sì: dipingevo, seguendo le orme di uno zio pittore-paesaggista. Con lui frequentavo l'ambiente artistico bolognese e la pittura, le teorie di quegli artisti, le discussioni, le osterie mi piacevano". E allora? "E allora contestualmente a questa respiravo l'aria dell'Italia di allora, fortissima in una città come Bologna. Una tensione sociale e politica palpabile, per certi versi esaltante, che non poteva lasciarmi indifferente. Di colpo mi sembrò che dipingere, fare il pittore, costituisse un esercizio sterile, un mestiere futile. Era il 1960 quando buttai nel fuoco tutti quanti i miei trecento quadri. Le tele dipinte bruciavano con straordinario vigore, si incendiò perfino il camino di quella mia casa del centro di Bologna. “Non me lo aspettavo". Sorride, Tonelli . "Il mio desiderio di impegno, di intervenire "politicamente" in aiuto degli altri, mi portò ad iscrivermi contemporaneamente alla facoltà di Pedagogia e alla Scuola di Servizio Sociale. La prima l'abbandonai perché nei suoi programmi non vedevo quell'impegno diretto che cercavo, mentre l'altra la portai a compimento con entusiasmo. Divenni assistente sociale e questo per trenta anni è stato il mio mestiere".
L'arte può attendere, questi sono i tempi dell'impegno. "Fui inviato in Veneto, a Treviso, in quegli anni una realtà da terzo mondo, afflitta da povertà, alcolismo, degrado. In alcuni paesi del Trevigiano, falcidiati dall'emigrazione, era persino difficile capire e farsi capire, con gli anziani senza scuola che parlavano soltanto il dialetto più stretto". Ascoltare Roberto Tonelli, artista incisore, che parla della sua esperienza lavorativa in qualità di assistente sociale, non solo è affascinante ma rappresenta un'utile lezione di storia contemporanea. Treviso è oggi il cuore di quel Nord-Est già ultraricco che non cessa di crescere, che richiede manodopera per le sue fabbriche, che contribuisce al Pil in misura sensibile, e che ha fatto scoppiare la questione settentrionale: la curiosa parabola storica di un'area esente da ribellismo quando aveva le pezze al culo, tumultuante adesso che sta bene (eufemismo) in funzione prosaicamente anti-fiscale. "Erano vicini gli anni - prosegue Tonelli - in cui Benetton solcava il Triveneto con un furgone tossicchiante per portare alle magliaie il lavoro a domicilio. Parlo del '65-69, quando in quell'area l'unica realtà industriale, in realtà una forma di artigianato avanzato, erano le scarpe. Ricordo la San Marco, la fabbrica degli scarponi, un'azienda che già esportava all'estero e che tuttavia, in fabbrica, ti confezionava le scarpe sul momento. Una realtà intima, calda, tanto che dei miei anni veneti conservo un ricordo tenero e bellissimo". Roberto Tonelli andava alla San Marco giusto per gli scarponi: inquieto e sportivo, a Bologna amava infilarsi in grotte e anfratti in qualità di speleologo, in Veneto arrampicarsi sulle montagne. "Probabilmente queste mie attività erano vere valvole di sfogo. Svolgevo il mio lavoro con passione, non mi pesava per niente, ma è fuor di dubbio che lo stress, specie in contesti come quello, si accumula. E allora, appena potevo, giù per una grotta oppure su per una montagna". Una volta a Piacenza, sempre per lavoro, la sua vocazione sportiva e organizzativa si concretizzerà nella canoa e nella fondazione del Canoa Club Val Trebbia, vincitore di coppe e titoli italiani di kayak e canoa canadese, con Tonelli chiamato in Federazione nazionale in qualità di consigliere.
Piacenza, dunque. E' il 1969. "Mi sono trovato bene subito, e la mia esperienza personale smentisce la proverbiale chiusura della città e dei suoi abitanti. Una dose di resistenza e di impermeabilità la si ritrova forse negli ambienti consolidati, ma è poca cosa e comunque esiste la giustificazione storica di una città che ha spesso subito presenze invasive... Beh, io di problemi di ambientamento non ne ho mai avuti. Sono arrivato nel '69, renditi conto che nel '65 a Treviso ho faticato ad affittare casa perché forestiero. Lo dico con affetto, perché in Veneto ho poi trascorso anni stupendi, ma quelli erano i tempi. L'alloggio, alla fine, l'ho trovato da una donna divorziata che come tale non aveva più nulla da perdere e poteva anche permettersi di affittare a un bolognese, cioè a un quasi meridionale. Il mio trasferimento a Piacenza, comunque, non fu privo di sorprese: pensavo di trovare l'Emilia che conoscevo e invece Piacenza aveva una marcia in meno. Questo sì, non può essere nascosto, cosiccome non può essere taciuto il rapido sviluppo di Treviso su tutti i fronti, miglioramenti che toccavo con mano per i rapporti che anche dopo la mia partenza ho continuato a conservare con quella città. Insomma Treviso cresceva, anche socialmente, mentre Piacenza, penso alla situazione dei servizi sociali, aveva molto poco e poco cresceva; pensa che per determinati interventi eravamo costretti ad appoggiarci fuori, ad esempio a Reggio Emilia". Allora Piacenza proprio il massimo non è... "Non so, ma adesso sicuramente non farei il cambio con l'altra Emilia. Anche quando torno a Bologna, che non dimentichiamolo è la mia città d'origine, che conosco e amo, non vedo comunque l'ora di tornare a casa, cioè a Piacenza. Qui mi sento parte di una comunità e sentirsi parte di qualcosa è la chiave per stare bene". E sì che anche professionalmente, in qualità di assistente sociale, Tonelli i suoi problemi li ha avuti. Trattasi di quei problemi cui va incontro chi si butta anima e corpo in qualche impegno. Soprattutto se intende innovare, adeguare ai tempi, volare alto in un flying program di voli a mezza altezza. Qualche esempio amministrativo si potrebbe anche fare, ma non è questa la sede. Nel '79, con l'abolizione di una serie di enti, scomparve anche l'Enaoli e l'assistente sociale Roberto Tonelli, bolognese di nascita e piacentino d'adozione, passò al Comune. "Proposi subito i Centri Giochi Aperti. Una grande esperienza che coinvolse oltre tremila bambini: nessuna necessità di iscrizione, "raccolta" dei bambini per la città tramite i vigili per proporre loro forme di gioco in luoghi più adatti della strada. I bambini, naturalmente, potevano accogliere o declinare l'invito. In breve, quasi in ogni giorno di quella lunga estate, la città assistette a cortei di centinaia di ragazzini in bici scortati dai vigili fino ai luoghi deputati per il gioco, come la foce del Trebbia. Qui, nonostante la presenza di nostro personale, era favorito lo spontaneismo ed era bellissimo vedere come questi ragazzini, provenienti da tutti i quartieri della città, si autorganizzassero nelle attività più disparate. Tra i bambini stessi evidentemente ci fu un passaparola più efficace di qualsiasi pubblicità. Bene, Democrazia cristiana, destre varie e mondo cattolico ci impallinarono come uccelli di passo. La stessa giunta di sinistra, a fronte di opposizioni così ampie e virulente, non ebbe la forza di proseguire nell'esperienza. Il risultato è che ancora oggi Piacenza non ha centri di aggregazione giovanile, né comunali né, mancanza anche più grave, spontanei".
Non capisco i motivi di una reazione così forte a un'iniziativa gradita prima
di tutto dai destinatari. "L'iniziativa, come ho già detto, coinvolse
globalmente oltre tremila bambini. Era estate e questi ragazzini entusiasti ci
chiedevano quasi ogni giorno "quest'inverno che cosa facciamo?"
Insomma erano contenti, anzi erano entusiasti. Cose che notoriamente non contano
nulla, tanto che a noi venne imputata la volontà, nientemeno, di volere
organizzare il consenso dei giovani. In realtà i Centri Giochi Aperti erano
visti come una minaccia alla tradizione degli oratori". I bambini vanno
lasciati andare in un'.unica direzione: "Ancora oggi restano soltanto le
parrocchie e le organizzazioni scout. In Comune mi si disse di fare altre cose
con i giovani e per i giovani: decisi di dedicarmi agli anziani". Nel giro
di tre anni nascono a Piacenza tre centri autogestiti (Il Tulipano,
Nontiscordardime, Farnesiana) e sempre in trentasei mesi vengono avviati in
palestra 1200 "vecchi". "Cercammo, e in parte riuscimmo, a
cambiare l'approccio degli anziani verso la loro età. Scoprimmo che in
moltissimi di loro c'era la necessità di "fare qualcosa". Pensa che
all'inizio molti partecipavano alle attività di nascosto dalle loro famiglie,
quasi fosse vergognoso fuoruscire dalla rassegnazione, ma ben presto la
partecipazione divenne palese e quasi di massa. Senza finta modestia: dal
deserto che era la città nel campo delle attività dedicate agli anziani siamo
arrivati negli anni novanta ad essere citati in campo nazionale, in positivo,
come il caso Piacenza. Il movimento, la psicomotricità erano importanti ma
molto più importante era lo stare insieme. Forse non ti ricordi, ma i
"vecchi" riempirono il Consiglio comunale come nessun giovane ha mai
fatto quando il Comune ventilò l'ipotesi di cessare le convenzioni con le
palestre. La rivoluzione della terza età partì in quegli anni, e ti assicuro
che all'inizio non fu facile: era necessario perfino fare capire che i
settant'anni di oggi non sono i settant'anni dei nostri padri. Ma i risultati
sono splendidi". E Tonelli parla, racconta, sempre con pacatezza e
allegria. C'è il suo zampino nell' Auser, nel Filo d'Argento, in Samarcanda
che, fondata nel '93, conta oggi novecento iscritti. Ma io lo fermo perché
adesso è necessario arrivare alla svolta che lo riporta all'arte e che poi è
il motivo per cui il Tonelli-personaggio è stato sollecitato da questa rivista.
"Quella sera d'autunno me la ricordo bene, ricordo bene anche la data, 21
novembre 1992. Per caso ho accompagnato un amico al Gazzola e con lui sono
entrato, ultimo piano, sezione grafica. La carta bianca, i segni, la carta
bianca con sopra dei segni mi ha restituito in un colpo solo tutto il suo
fascino, una specie di folgorazione. E strano a dirsi nel disegno adesso vedevo
anche quella giustificazione che trent'anni prima non riuscivo a trovare; la
pittura, il disegno, l'arte visiva di colpo non mi sembrarono più futili. Mi
sono pure accorto che dovevo prestare più attenzione a me stesso, alle mie
esigenze. Gazzola... Gazzola, ricordai d'averne visto il busto (Gazzola fu
maestro d'artiglieria in Spagna) all'Alcazar di Segovia nell'82, nel corso di un
viaggio. Dieci anni dopo nell'istituto a lui dedicato ecco l'incontro con le
lastre, con i torchi, e la molla che scatta. Ecco, in quella sera di novembre mi
accorsi che avevo tante cose da raccontare. Il paesaggio non ha spessore, ma i
luoghi sono diversi, sono partecipati, vissuti. Il luogo da narrare è per me un
paesaggio interiore. Mi dedicai dunque all'incisione e il catalogo della prima
mostra che feci, nel '95, porta la seguente epigrafe: "si vivono con
passione solo i luoghi già vissuti in sogno". Ho scelto l'incisione perché
il colore mi complica la vita e in realtà a me è sempre piaciuto disegnare.
L'incisione, e in particolare l'acquaforte, è ciò in cui maggiormente mi
ritrovo". L'incisione è una tecnica che fonde l'invenzione artistica con
perizia e abilità artigianali. Ha una tradizione di oltre cinquecento anni e
riscuote una grande ammirazione nei poeti. Sarà per la sua obbligata (dal
bianco e nero) vocazione invernale e notturna - alberi dai bronchi nudi e
ritorti, scorci di città antiche flebilmente illuminate, neve, luna, selve -
sarà perché nell'incisione il paesaggio è un luogo nascosto, ma è proprio
con i poeti che per Tonelli è avvenuto l'incontro decisivo. Ne sono uscite le
"Briciole", quattordici fino a oggi, diciotto entro l'anno: brevi
componimenti, a volte flash, intuizioni poetiche, illustrate da un'incisione che
i versi hanno ispirato. Un felice incontro tra parola e immagine contenuto in
questi librini di carta bella e pregiata. "Nel mio rapporto tra verso
poetico e incisione si è creata una sorta di dipendenza. Ho la fortuna di avere
amici che mi regalano le parole e mi danno l'occasione per partire". Così
Roberto Tonelli, "ateo felice che crede nella sacralità della vita".