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Paola Riccardi

La dubbia dimane non t'impaura ?
Presentazione critica della mostra presso galleria S.Iliario, Ottobre 2008

 

Esterina, i vent’anni ti minacciano,
grigiorosea nube
che a poco a poco in sé ti chiude.
Ciò intendi e non paventi.
Sommersa ti vedremo
nella fumea che il vento
lacera o addensa, violento.
Poi dal fiotto di cenere uscirai
adusta più che mai,
proteso a un’avventura più lontana
l’intento viso che assembra
l’arciera Diana.

(…)
La dubbia dimane non t’impaura.
(…)
Hai ben ragione tu! Non turbare
di ubbie il sorridente presente.
La tua gaiezza impegna già il futuro
ed un crollar di spalle
dirocca i fortilizî
del tuo domani oscuro.
(…)

Ti guardiamo noi, della razza
di chi rimane a terra.

(Montale, Ossi di seppia - Movimenti)

 

Il presente lo vive con piena serenità solo chi, come la giovane Esterina, non ha ancora varcato il confine; al di là si comincia ad avere paura del presente e si guarda con angoscia crescente il futuro. L’uomo adulto osserva ciò che lo circonda e non è più capace di passare oltre, perché improvvisamente gli è manifesto il domani, il futuro, l’incertezza.

“La dubbia dimane non t’impaura?” Roberto Tonelli pone questa domanda, confessando la sua debolezza, il suo turbamento di fronte a drammi vicini e lontani.

La guerra e le distruzioni, il viaggio dell’emigrante e il suo tragico epilogo, la vecchiaia e gli infiniti attimi di solitudine; ogni incisione è un cupo cammeo delle sofferenze e delle nefandezze dell’uomo, e a ciascuna segue la fatidica domanda: Il domani non ti spaventa? Il divenire di questo presente non ti sconcerta? L’animo dell’artista è in subbuglio, dallo sgomento nasce l’opera, catartica e liberatoria. Alle paure vengono dati volti e forme; l’incisione è l’incendio che divampa dalla mente dell’artista (“Burnin’ mind”).

Poeta delicato, ma franco, Tonelli snocciola i suoi pensieri in un crescendo di intensità e di crudezza. Prima sono gli oggetti, sintetiche e metaforiche suggestioni dell’evento, spiragli sul dramma, poi viene la dichiarazione della nuda sofferenza: l’autore non allude più alla morte, ma la rappresenta.

Una delle opere più sconcertanti è sicuramente “Dopo la mareggiata”. Alla tragica fine dell’esule, che tenta la via del mare e si scontra con le forze della natura, si riferivano la scarpa abbandonata sulla riva (“Ultima spiaggia”) e gli occhi tristi e speranzosi ai margini della burrasca (“Ultima morirà anche la speranza?”), parti di un tutto ben più tragico, che Tonelli, ora, non ha remore a presentare: il corpo spiaggiato di un uomo dalle membra rigide tese verso il cielo, nell’ultima, eterna, richiesta di salvezza (“Dopo la mareggiata”). L’ombra in lontananza è l’indifferenza del mondo.

Raramente l’artista è stato più esplicito e diretto; quest’incisione è il grido, l’acuto.

La mente torna però presto a dominare le emozioni e Tonelli riscopre poetiche metafore, secche e incisive, ma mai brutali. Il tema dello scontro bellico si snocciola in tre acqueforti, la prima, “Fantasmi nella notte dell’uomo”, del 2003, è un capolavoro di sintesi: il buio nel quale ci si è rinchiusi in cerca di protezione e riparo è squarciato, violato; la deflagrazione apre un varco dal quale entra una pallidissima luce. I bordi disfatti raccontano la distruzione. A distanza di cinque anni Tonelli torna a trattare la violenza bellica con due opere di grande respiro dai toni quasi epici: “Si fa buio nei cieli dell’uomo” e “Ecco il popolo degli oppressi e non c’è chi li consoli”. L’orizzonte si dilata e i sopravvissuti, usciti dai nascondigli, osservano la loro terra che brucia, la loro vita che si disperde nel cielo in densi fumi neri.

La morte, la fragilità dell’uomo, apparentemente così capace, vite consegnate al caso (gli antichi avrebbero detto al “fato”), per loro decideranno altri uomini o la natura stessa, è questo l’assillo dell’artista, il nodo di tutti i suoi pensieri: la totale incertezza.

Un’incisione del 1999 ne è l’icona: siamo vite sospese, come gli abiti che i minatori consegnano al loro ingresso in miniera e, appesi al soffitto su ganci metallici, paiono ombre, fantasmi imprigionati.

“La salle de vies suspendues” è il limbo di ogni uomo; una parte di noi è consegnata, perché venga custodita, in attesa del ritorno.

Dopo tante amarezze un uomo pacato, saggio e positivo come Roberto Tonelli non poteva che aprirsi alla speranza: “l’Attesa”, acquaforte del 2004, è libera da qualsiasi angoscia, è pausa meditata e silenziosa, è un bisogno e un desiderio. Nelle ultime opere cresce il lirismo e l’astrazione, la vita è un cielo che si addensa (“Non vedi com’è turbato il cielo”), un albero cresciuto nel tempo piegandosi e ripiegandosi su se stesso in un intreccio senza fine e senza luce (“È un mondo difficile, è vita intensa…”), che, però, nella stagione della fioritura si veste di desideri (“L’albero dei desideri”), di sogni.

La mente in subbuglio dell’autore genera incubi e speranze, il risultato è una mostra dai ritmi tutt’altro che pacati, piuttosto una sincopata staffetta di immagini, di paure e di slanci.